Toni Nadal, lo zio allenatore ovviamente di Rafa Nadal, racconta il n°1: “L’educazione gliel’ha insegnata il padre. Con me ha imparato a disciplinarsi, ad essere sempre duro e a non cercare scuse. Tanti vincono, ma pochi lo fanno così tanto e così a lungo”
Questa è l’estratto dell’intervista, che in seguito riportiamo integralmente, rilasciata da Toni Nadal, lo zio allenatore del grande campione spagnolo, comparsa in questi giorni sul sito de “La Gazzetta dello Sport”, raccolta dall’inviato Vincenzo Martucci.
“L’educazione e il rispetto: per te, per l’avversario, per il pubblico, per gli altri. Quando hai un buon rapporto col prossimo, ascolti meglio i consigli, li accetti e li capisci. E migliori anche nello sport. Lui l’educazione l’aveva già, dal padre”.
“Chi deroga una volta, cercherà sempre una seconda eccezione. E scaricherà le responsabilità, dando la colpa alla racchetta, all’allenatore, al campo. A 10 anni, Rafael passò un’estate a pescare con gli amici, quando rigiocò perdeva e si lamentava. Gli dissi: “O ti alleni per diventare pescatore o tennista”. Lui in carriera ha rotto una sola racchetta e per sfortuna”.
“Quattro anni fa, mezz’ora prima di giocare contro Hanescu, aveva in mano 4 croissant al cioccolato. Carlos Costa, il suo manager, mi disse: “Fermalo, non può mangiare ora”. Io risposi: “Fossi matto, se gli viene mal di stomaco capirà”".
“Nello sport la realtà è sempre molto semplice. Il fracasso c’è solo se non lavori e non ti adegui ai cambiamenti e li adatti alle abilità corporali. Non siamo tutti uguali, e non tutti i punti valgono lo stesso”.
“Agli Us Open 2005, Rafael si lamentava per le palle. Gli dissi: “Tanto non le cambiano, se vuoi torniamo a Maiorca”. A Pechino, non si ritrovava, l’ho spronato: “Tranquillo, vedrai che non giocherai tanto male”. E ha vinto l’oro. L’adattamento è forza mentale”.
“Certo, parlando tanto, anche con durezza, per mantenere la disciplina. Bisogna essere duri perché la vita è dura. Se no non vinci 4 volte Parigi e non fai la doppietta con Wimbledon. Tanti giocano bene, pochi ci riescono per tanto tempo e a così alto livello”.
“Un anno fa, ha perso netto con Nalbandian e Youzhny. Gli ho detto: Lotta fino alla fine, per avere un’ultima possibilità. Lotta, come a 8 anni, quando ti misi in campo contro quelli di 12, dicendoti: “Se le cose vanno male, io che sono un mago, farò piovere e fermerò la partita”. Rafael era sotto 3-0, ma strappò il 3-2, prima della pioggia. E,, mentre ci riparavamo, mi disse: “Fermala, posso vincere”.
“Mettiamola così: se avesse il tennis di Roger non perderebbe mai. Rafael ha un grande rispetto per Roger. Due anni fa a Montecarlo, prima della finale, mi disse: “Ma come faccio a batterlo? Ha il miglior dritto, la miglior volée, il miglior servizio, il fisico migliore…”. E io lo spronai: “O non giochi proprio, oppure metti in campo quello che hai”.
“Tecnicamente, ha la capacità di mettere la palla dentro il campo, ha abilità tennistica, ma non eccezionale. Ha avuto l’intelligenza di tenere sempre la stessa squadra, dall’allenatore al preparatore atletico, e anche alla fidanzata. Che è del suo popolo”.
“E’ buona gente, ha rispetto ed educazione. E disordinato e, come tutti i giovani, non ha molto interesse per il mondo e la cultura”.
“Ho passione, ho l’esperienza di tanta scuola coi ragazzi, a Maiorca. Molto ho appreso con Rafael. Molto so da Solone: “Senza metodo, ordine, volontà e fatica non esistono né genio né trionfi”".
“Intanto, non sarà soprattutto più Federer-Nadal. Piuttosto che vincere gli Us Open, io preferirei quindi battere il record di Borg e vincere il quinto Roland Garros di fila: perché è con i primati che passi alla storia. Rafael somiglia a Borg come forza mentale ma ha più intensità: è a metà fra Bjorn e Connors, con un’espressività del corpo più vicina a Jimbo”.
“Anche Roger si è fermato. Rafael è da 6 anni sul Tour e ha fatto subito grandi sforzi con un corpo in formazione. A 30 anni non lo vedo più in campo, ma è giusto così. Così come a 16 doveva giocare già coi pro: meglio rischiare nei Futures e fare subito esperienza che mettersi pressione e perdere “l’illusìon” (la convinzione), fra gli juniores. Lui, a 13 anni, aveva lasciato il calcio solo perché a tennis vinceva di più”.
“Lì Rafael paga il tempo diverso che c’è nell’arrivo sulla palla e nell’impatto, rispetto alla terra. Contro Federer impone ritmi più bassi, contro Djokovic deve tenere l’iniziativa. L’obiettivo conciliare tutto questo con l’aggressività”.
“Un po’ è colpa mia: Rafael è destro in tutto, tranne che a calcio e a tennis. Da bambino, sviluppava più potenza da sinistra e l’ho impostato da mancino. Ma, col sinistro, ha difficoltà di coordinazione anche solo nel lanciare la palla”.
“I giovani più forti, in Spagna, sono Rafael e Granollers. Per il futuro sono un po’ preoccupato. E’ cambiata la mentalità,, anche fra gli allenatori”.

























